È stato un convegno molto partecipato da medici, operatori sanitari e pastorali, quello che sabato 15 febbraio, in occasione della Giornata Mondiale del Malato, presso il Centro Pastorale Diocesano ha puntato i riflettori sulla cura della vita nella fase finale della malattia.
A relazionare sono intervenuti la dottoressa Rita D’Urso, responsabile dell’Hospice di Fossombrone e don Isidoro Mercuri Giovinazzo, Presidente dell’Associazione Nazionale di Pastorale Sanitaria.
Cure palliative. La dottoressa D’Urso si è soffermata sulle cure palliative dandone la precisa definizione attraverso quanto dice la Legge 38/2010 “Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore”, Art. 2. “Le Cure palliative – ha sottolineato la dottoressa – sono l’insieme degli interventi terapeutici, diagnostici ed assistenziali, rivolti sia alla persona malata sia al suo nucleo famigliare, finalizzati alla cura attiva e totale dei pazienti, la cui malattia di base, caratterizzata da un’inarrestabile evoluzione e da prognosi infausta, non risponde più a trattamenti specifici. Se la guarigione non è possibile, ci si può prendere cura della persona sofferente nella sua totalità di individuo fino agli ultimi istanti di vita, per garantirne rispetto, dignità e qualità. Occorre sostenere nella mente di chi soffre un significato, compiendo gesti che nutrono la vita, in un piano di condivisione di cura realizzato dal paziente, insieme alla sua famiglia e all’équipe curante. Spetta alla responsabilità del medico non dimenticare l’esistenza del limite insito nella persona umana. Ogni azione, nell’ambito della cura, deve essere costantemente vagliata alla ricerca di un suo senso e di un’accettabilità per quella specifica persona malata, non solo sul piano clinico ma anche su quello etico. Oggi è necessario agire con un “supplemento di saggezza” che ci orienti a valutare con attenzione e onestà intellettuale la proporzionalità di ogni mezzo di diagnosi e di cura, per evitare situazioni di sofferenza inutile e insostenibile”.
Assistenza Spirituale. Don Isidoro, prete della Diocesi di Aosta, ha posto l’attenzione sull’assistenza spirituale nel fine vita, a partire dalla sua esperienza di servizio come cappellano in ospedale. “Incontrando tanti pazienti che si avvicendavano nei reparti, nel tentativo di non trascurarne nessuno, pensai di strutturare una cappellania ospedaliera, formando un gruppo di volontari che potessero incontrare ed incoraggiare i più fragili. Nominato, in un secondo momento, direttore dell’Ufficio di Pastorale della Salute della Diocesi, strutturai un corso diocesano per volontari che si preparassero a dare consolazione. Al corso presenziarono un centinaio di persone tra le quali, dopo due anni, in diciotto si attivarono per un servizio in ospedale. Abbiamo dunque proseguito un cammino di formazione permanente, allargandolo a tutti gli operatori sanitari interessati, accostandoci all’AIPaS – Associazione Italiana di Pastorale Sanitaria – di cui sono attualmente il Presidente nazionale. Chi vive accanto ai malati gravi – ha proseguito don Isidoro – sa come la malattia ponga loro domande fondamentali sull’esistenza, sul significato del vivere, quelle relative alla “vita oltre la vita”, quelle sul senso o non-senso della morte e del morire. Colui che vuole accompagnare con efficacia chi si avvicina al momento estremo e conclusivo dell’esistenza deve essere capace di saper cogliere i suoi bisogni e rispondervi”.