In tanti, sacerdoti, diaconi, religiosi, religiose e fedeli, si sono ritrovati in Cattedrale, venerdì scorso, per ricordare e onorare, a 25 anni dal suo ingresso nella gioia eterna, l’arcivescovo mons. Donato Bianchi, la cui memotria è ancora molto viva. Partecipazione e commozione nei presenti per un padre ed un pastore molto attento e vicino alle necessità di ciascuno. «Qualche giorno fa», ha detto mons. Salvucci all’inizio della celebrazione eucaristica, «mi sono fatto pellegrino sulla sua tomba per affidarmi a lui e, sul suo esempio, svolgere il mio ministero. E’ stato un grande pastore nel suo donarsi totalmente al popolo di Dio». Quindi il ricordo è stato affidato a don Pietro Pellegrini che per tanti anni lo ha seguito da vicino. Una riflessione molto bella e carica di filiale amore per un Presule santo che si è speso e consumato sino alla fine, con passione e generosità. «Ho conosciuto don Donato soprattutto dal 1984, quando ha compiuto la Visita Pastorale nella mia parrocchia di Sant’Angelo in Vado. Ci ha testimoniato che il suo era il passaggio del padre che accarezzava a uno a uno i figli, li guardava con tenerezza e si fermava volentieri per consolare e incoraggiare. Nel 1987 mi ha chiesto di collaborare in Arcidiocesi per la
pastorale. E’ stata l’occasione per venire a contatto con il cuore dell’Arcivescovo: le preoccupazioni, le gioie, soprattutto i giovani universitari, gli ostacoli, le fatiche, le tante sofferenze che, in silenzio e amore, ha patito. Un mondo ricco, carico di profonda umanità, illuminato da tanta fede. Da lui ho imparato l’attenzione riservata ai malati ed in particolare ai preti malati, davanti ai quali si inginocchiava e chiedeva di essere confessato e
benedetto». La sofferenza ha sempre accompagnato mons. Bianchi: dal dono del rene al fratello Graziano del 1975, all’intervento al cuore del 1996, alla leucemia. Egli parlava della sofferenza come vocazione ad amare di più. «Tanti sono stati», ha aggiunto don Pellegrini, «coloro che hanno salito le scale dell’episcopio: molti poveri; tanti universitari che lo cercavano quotidianamente per la confessione, per condividere gravi problemi di vita e perfino per benedire le loro nozze; tanti sacerdoti che talvolta si lamentavano per averlo più a lungo con loro; diverse religiose avevano trovato in lui una guida spirituale sicura ed un confessore; gli uomini di cultura e di politica. Pazienza e speranza erano le parole che ripeteva a se stesso e agli altri, riassuntive della sua vita».