La priorità delle priorità è fermare la guerra tra Russia e Ucraina, e questo non solo perché sta destabilizzando economicamente tutta l’Europa, ma soprattutto perché c’è un popolo (ucraino) che sta soffrendo oltre il necessario. Ma per fermare questa guerra, per quanto sia spiacevole e impopolare dirlo, occorre non inviare più armi all’Ucraina. È chiaro, è fuor di dubbio, che inviare armi significhi prolungare la guerra e ritardare l’apertura di un vero negoziato di pace.
E non è vero che inviando armi si aiuta il popolo ucraino, anzi è il contrario: si prolunga solo la sua sofferenza. Non c’è situazione, non c’è territorio, non c’è ragione che dimostri che inviando armi si raggiunga più velocemente la pace. Con le armi si può fare solo la guerra.
Anche in Ucraina, così come in tante altre guerre, non ci saranno mai né vincitori, né vinti finché i contendenti continueranno ad essere armati da altri Paesi. Ma allora perché siamo tutti d’accordo, o silenti, nell’accettare l’invio di armi, anche a nome nostro? Di chi è veramente l’interesse che questa guerra continui?
Cominciamo dalla Nato. Oggi la voce e gli interventi della Nato hanno indubbiamente un peso eccessivo, che non dovrebbero avere. Sono una alleanza militare, e non hanno lo Status di Paese Sovrano, quindi trovo improprio continuare a riproporre il loro parere al pari degli altri Stati europei e non solo. Inoltre c’è da considerare che questa “alleanza militare” è a guida degli Stati Uniti, di cui si preoccupa principalmente di fare gli interessi. E se c’è qualcuno, oggi, nel mondo, che ha interesse a prolungare la guerra in Ucraina, sono proprio gli Stati Uniti, per almeno tre ragioni:
1) vendono armi (le armi che la Nato e/o gli Usa inviano in Ucraina non sono “regalate”), e quindi alimentano uno dei più grandi business americani: la produzione e vendita di armi;
2) tengono sotto scacco, ed indeboliscono – non solo sul piano militare ma anche economico – la Russia, loro antagonista storico;
3) approfittano della crisi energetica derivante da questa guerra per venderci energia (gas liquefatto e petrolio).
Si volesse coinvolgere un organismo internazionale, questi dovrebbe essere l’Onu, che invece rimane stranamente silente. Ma aldilà di ogni considerazione economica o geopolitica che si possa fare, rimane da scegliere di fronte al grande bivio: seguire la logica della guerra o quella della pace. E come dice Papa Francesco per scegliere la logica della pace e della vita bisogna deporre le armi. Le rivendicazioni territoriali, i torti o le ragioni, debbono essere oggetto di trattative, di mediazioni, di lunghe interlocuzioni in cui ogni Paese europeo – escludendo la Nato – può portare il suo contributo ed il suo peso, anche economico. Altrimenti da questa “trappola” non se ne uscirà ed il rischio di innescare nuove tensioni e nuovi focolai che portino ad una guerra globale è veramente grande. Non esistono soluzioni militari ai conflitti. E noi cristiani dovremmo saperlo: non esiste mai una guerra giusta. Ci vuole un altro atteggiamento politico, un’altra politica. Sta a noi chiederla, con chiarezza e determinazione.
* Direttore ufficio pastorale per i problemi sociali e del lavoro della Diocesi di Fano Fossombrone Cagli Pergola