Sembra che le città debbano essere sempre più “ripulite” da tutte quelle persone che testimoniano con la loro presenza la fragilità, il non adattamento, la sofferenza, i mali dell’età…. Questo cammino purtroppo Pesaro lo ha già iniziato molti anni fa: ricordo ancora le lotte per non fare spostare l’allora “ricovero” per gli anziani di via Mazza, in cui vedevamo una buona integrazione con il territorio circostante fatto di negozi e negozietti, di chiese raggiungibili, di rapporti amicali costruiti, di possibili passeggiate “protette”. Già allora vedevamo nello spostamento in zone periferiche, un peggioramento nella condizione personale e sociale di tante persone, in più ormai anziane e senza grandi possibilità di nuove autonomie e adattamenti. Battaglia persa, allora, e forse anche oggi: non ci riusciamo proprio a farci governare da logiche legate al miglior benessere delle persone, dalla ricerca di una maggior integrazione e socialità tra cittadini, dallo scambio di aiuti reciproci che possiamo darci l’uno con l’altro, quando siamo in difficoltà. Sembra che deresponsabilizzarci, non vedere, restare abbagliati da un’illusione di vita senza problemi o da una leggerezza e superficialità possibili, sia una risposta alle difficoltà che tanti incontrano, e sempre in maggior numero. Penso che oggi siamo di nuovo in ballo con questo problema: dobbiamo liberare i nostri occhi, la nostra sensibilità, la nostra conoscenza e coscienza dalla presenza di tante persone che sono ammalate e mostrano una fragilità mentale e psichiatrica e “disturbano” a volte i nostri equilibri, a volte i nostri adattamenti, a volte soltanto, ma è ancora più grave, la percezione di fragilità che abbiamo di noi stessi e la paura che ci fa questa parte sconosciuta di noi e degli altri. E allora l’unica soluzione è spostare i malati a Mombaroccio, chiudere il reparto di psichiatria e decentrare così tutti i malati! Circa 50 anni di lavoro per aiutare la comunità cittadina ad abituarsi a vivere tutti insieme, anni faticosi e a volte dolorosi a volte “magici” tentativi di inserimenti in diversi ambienti sociali e lavorativi, grandi successi di nuovi equilibri trovati, persone ricomposte in nuove situazioni di inserimento, e comunque il perseguimento di un modello di convivenza ricco, per tutti, che possa offrire opportunità a tanti, reti di aiuto e di crescita comune: non vale niente tutto questo? O c’è proprio un progetto di esclusione, emarginazione, messa ai margini di tante persone “scomode”? Ma se capita a me o a mio figlio di avere un problema psichiatrico, dovrò proprio assommare al dolore della nuova condizione, anche il dolore della messa ai margini dalla comunità sociale a cui appartengo? Credo che dobbiamo pensare bene non solo alla scelta di oggi, che può sembrare momentanea o quasi opportuna, ma alle conseguenze per le persone. Per tutte le persone: quelle malate e noi, i cosiddetti sani, che abiteremo una città svuotata di significati civili e valoriali, in cui la cosa più importante sarà il mare, l’aperitivo, le quattro chiacchiere, lo shopping finché saremo capaci di stare a questo ritmo di vita e di salute.
* Maria Teresa Federici – psicoterapeuta e vice presidente del Ce.I.S Pesaro