La speranza è quella di trovare, prima che sia troppo tardi, le ragioni profonde di questo sfacelo. Siamo reduci da un anno di segregazione sanitaria. Di sofferenze indicibili, soprattutto per i più deboli e bisognosi di attenzione. Un anno in cui la libertà è stata piegata all’emergenza e anche, lo si può dire, alla convenienza politica. Ora abbiamo una guerra che, da quanto appare, rischia di portare il mondo alla catastrofe.
La comprensione non è una pretesa metafisica. È la storia ad essere retta da strutture che la governano, al di qua della nostra coscienza e le cui ragioni a noi sfuggono.
È necessario interrogarsi. Capire il perché di questo male oscuro che getta l’uomo periodicamente negli abissi, ove, pur facendo esperienza del dolore, una volta riemerso non conserva più nessuna memoria di quella disperazione e si incammina nuovamente, ostinato come sempre, sulla stessa strada, andando incontro ai medesimi errori e colpe. Anche noi, oggi, sembriamo più interessati alle immagini, orrende, che esibiscono corpi dilaniati e martoriati, come fosse un videogioco. Siamo persi in un susseguirsi di notizie, dalle dubbie fonti, che non danno alcuna garanzia di verità e che rimbalzano come sassi piatti sull’acqua calma del fiume, ignorando l’apocalisse che si profila nelle profondità. Non è più facile guardare la televisione. Da umani, o meglio da dis-umani abbiamo perso buona parte dei sensi. Forse ci rimane il tatto, come un’impronta che lasciamo sulle cose. Un segno effimero della nostra pretesa di possesso. Siamo ormai incapaci di ascoltare la terra. Di presagire i segni, come gli altri animali, dell’arrivo di una burrasca, di una eclissi di sole o di qualcos’altro di peggio.
La civiltà occidentale è del tutto indisponibile a ripensare se stessa, ossessionata com’è dall’incubo della propria storia, dal proprio passato, di cui non riconosce più il valore e che rimuove con un senso inspiegabile di colpa. Ma la colpa ora è davanti, non indietro. È nel male presente. Il germe della crisi è al nostro interno, da tanto e porterà, di questo passo, all’implosione. Diverso è il invece il panorama dei paesi emergenti, ove si affermano protagonisti forti. Sono democratici, nel senso che intendiamo noi? Non sono democratici? Non è questo. Certamente rappresentano lo spirito e il sentire di quei Paesi. Il punto è che sono espressione di consenso e hanno dietro intere popolazioni, composte in stragrande maggioranza da giovani, alla ricerca di un auspicabile futuro.
Essi sono la “gente nova” che ci sostituirà. Ma il problema non è tanto questo, quello di essere avvicendati. Anche i nostri figli ci sostituiranno. Inoltre noi siamo il risultato genetico della mescolanza di popolazioni che sono venute a contatto tra loro. Questo è accaduto e accade anche all’interno degli stessi Paesi. Pensiamo all’Italia, al rapporto centro periferia, nord sud, città e campagna, che ha dato inizio all’inurbamento e poi allo sviluppo economico e sociale. Quello degli anni sessanta, più vicino a noi. Ciò che non è accettabile è, invece, che questo possa avvenire attraverso la guerra, la sopraffazione, l’umiliazione e la morte.
Guardiamo ancora a noi. L’Italia è da anni in pieno inverno demografico. Il Paese mostra una elevatissima percentuale di anziani. Non nascono più bambini. I morti superano di gran lunga i nati. Ogni anno è come se scomparisse una città di oltre 250.000 abitanti.
Zero politiche, tolta qualche elemosina, a sostegno della famiglia e dei giovani che vogliono formarsi una vita. La recente introduzione dell’assegno unico, di cui emerge solo il pretenzioso aggettivo universale, non incentiverà certamente la ripresa delle nascite. Per la sua invariata esiguità di risorse, assomiglia molto al gioco delle tre carte. Non è così che torneranno a riempirsi le culle vuote.
Dopo la decisione unanime del governo, nel silenzio delle organizzazioni sociali e di rappresentanza, di aumentare al 2% la spesa militare (3,5 % del bilancio dello Stato) è ora l’intero sistema di welfare che rischia il tracollo. Con una contrazione significativa delle risorse destinate alla spesa sociale, avremo meno soldi per la salute, per la scuola e per le politiche dell’inclusione. Ciò produrrà inevitabilmente un forte aumento delle disuguaglianze.
Sta diventando troppo alto il prezzo che paghiamo alla cosiddetta modernità. Poiché la contemporaneità assomiglia sempre più a ciò che scriveva Novalis, più di due secoli fa. “L’età moderna è un enorme mulino, spinto dalla corrente del caso, senza costruttore, né mugnaio, che macina sé stesso e in questa macina si spegne la musica dell’universo”.
Tuttavia l’uomo può ancora salvarsi, se accetta e capisce i suoi limiti. Se comprende di essere parte del tutto, non il tutto. Se smette di considerare i doni del creato e le risorse naturali come un fondo di un magazzino, da utilizzare e gettare, a proprio piacimento. Torna alla mente il bellissimo e brevissimo dialogo, in “C’era una volta il West” di Sergio Leone, tra Armonica (Charles Bronson) e Frank (Henry Fonda). Parole in cui si intravede un impulso di coscienza, quasi un ravvedimento, che tuttavia non muterà ciò che è già stato determinato e scritto. “Così hai scoperto che dopo tutto non sei un uomo d’affari”. Solo un uomo. “Una razza vecchia”.
DI GIANLUIGI STORTI – Ufficio Problemi Sociali e Lavoro – Arcidiocesi di Pesaro