Tra i tanti “accompagnatori” che per la prima volta hanno dormito a Casa Tabanelli, Anna, volontaria Caritas parrocchiale e diocesana, ci racconta le sensazioni e l’esperienza vissuta per una notte sotto ad un tetto diverso da quello di casa propria ed il contatto e le relazioni con gli ospiti.
Inizialmente ero titubante dice Anna, sdrammatizzando sul fatto di fare fatica a dormire in un letto che non fosse il suo, ma decisa a “buttarsi” convinta di aggiungere un tassello al proprio percorso in un’ottica di apertura nei confronti di chi ha bisogno.
Come ti sei avvicinata a questo progetto?
Ho partecipato agli incontri di preparazione promossi ed organizzati da Caritas Pesaro proprio presso la casa. Nonostante io sia ben integrata all’interno della Caritas sia nel contesto diocesano che parrocchiale e pure svolgendo con continuità i turni alla mensa dei poveri, si trattava per me della prima esperienza di questo tipo e non nego di essere partita con qualche dubbio, come è normale che sia. Questi incontri mi hanno aiutato molto a capire come gestire le varie situazioni che potevano presentarsi ma tutte le perplessità si sono dipanate una volta essere stata lì come volontaria.
Come è stata la prima notte nella casa e quali sensazioni sono emerse?
Mi sono sentita come una madre in una famiglia allargata, gli ospiti per primi sono stati accoglienti verso me, Eva (anche lei volontaria nel turno di quella sera) e Paola (volontaria di lunga data). L’atmosfera è stata sempre molto serena e tranquilla, loro erano contenti della nostra presenza, rispettosi delle regole, e noi di essere lì.
Come avete passato la serata?
Insieme a Paola, abbiamo preparato la cena ed infine rassettato la cucina. Ci siamo fermati a parlare, ad un certo punto i discorsi si sono rivolti verso l’argomento del lavoro e molti erano interessati ai consigli elargiti proprio da Paola che sapeva come muoversi nel contesto. Qualcuno di loro era preso dalla visione di un film horror, il cui genere, non essendo tra i miei preferiti è stato spunto proprio per l’inizio di un confronto cinematografico. L’interazione è stata perfetta e quando tutti se ne sono andati a dormire, anche la notte è passata senza nessun problema di sorta.
Che consiglio daresti per chi si avvicina per la prima volta a questo servizio?
L’importante è essere se stessi e partecipare secondo le regole assegnate, come in una famiglia. Stando con loro si ha un guadagno perché non è solo un dare da parte del volontario ma è anche un ricevere. Esorto chiunque abbia questo pensiero ad assecondare la sua predisposizione perché è un’esperienza che apre la mente e all’amicizia con gli altri.
ALESSANDRO SERAFINI
La struttura ospita oggi undici persone tra italiani e stranieri
Attualmente le persone presenti in Casa Tabanelli sono undici di cui tre italiani, sette provenienti dall’Africa ed uno dal Bangladesh, tutti coinvolti in un programma di reinserimento sociale.
Ognuno porta con sé tra i propri bagagli una storia che li ha coinvolti in esiti infelici e la volontà di volersi sistemare una volta per tutte. Casa Tabanelli è infatti, a detta di alcuni di loro che abbiamo intervistato, un’opportunità per realizzare il proprio sogno. S.M.G. proviene dal Senegal, venuto in Italia mediante un progetto iniziato nel suo paese d’origine, ha deciso di rimanere per via delle difficili condizioni di vita che era costretto a subire.
Parlaci di te e dei tuoi sogni
Sono arrivato in Italia con la speranza di trovare maggiori opportunità ed agevolazioni che mi potessero essere riconosciute per quanto riguarda la mia disabilità, in Senegal non avevo strada facile. Purtroppo non ho trovato da subito lavoro e la mancanza di soldi mi ha messo in difficoltà, inoltre con il nuovo decreto sicurezza ho problemi a rinnovare il permesso di soggiorno e ciò mi preclude tante prospettive. Spero vivamente di poter avere il più presto possibile tutti di documenti necessari che mi permettano di trovare lavoro, un aiuto per curarmi e vivere in pace.
Cosa vuol dire essere entrato nella casa?
Prima dormivo in appoggio ad alcuni conoscenti, spesso in condizioni non adeguate alla mia salute perché non potevo permettermi un posto letto e quindi mi accontentavo del pavimento di qualche stanza. Essere in una casa significa stare bene e dormire bene, con tranquillità. Ho la mente più libera per pensare al futuro senza preoccuparmi.
A.B. è un ragazzo italiano. A seguito di alcuni problemi familiari ha dovuto lasciare la sua casa. Immerso dai problemi ha iniziato a bere ed a lasciarsi andare fino a perdere persino il lavoro. Oggi A. ha iniziato a riprendere in mano la sua vita, smettendo di bere ed impegnandosi per trovare una condizione stabile di vita.
Cosa significa per te questa opportunità?
Entrare nella casa è per me una grossa opportunità perché mi ha permesso di fermarmi. Fino a poco fa giravo per dormitori che permettono di restare per un tempo limitato ed il mio pensiero fisso era rivolto a dove sarei andato dopo, non avevo pace. Ora posso concentrarmi su ciò che è importante per tornare a stare bene: trovare una residenza, documenti validi e un lavoro.
Come sono i rapporti con gli altri ospiti ed i volontari?
Il clima è molto positivo, tutti si impegnano per tenere in ordine la casa. Alcuni di noi si conoscono, è un’opportunità per condividere esperienze, anche con i volontari che sono molto disponibili a tenerci compagnia.
ALESSANDRO SERAFINI