Mi chiamo Abdel e sono nato in Somalia nel 1984. Mio padre era imam della moschea e mia madre una famosa cantante. Nel 2003, a causa di un clima sempre più instabile e pericoloso, la paura ha portato me e la mia famiglia a scappare dalla nostra terra.
Africa. Giunti a Dubai ho lavorato come uomo delle pulizie ma terminato il contratto non mi hanno permesso di rimanere. Era il 2006 e in Somalia c’erano ancora molti problemi politici, così ci siamo spostati in Etiopia, dove lo Stato accoglieva i rifugiati del nostro gruppo etnico. Siamo stati lì per 9 mesi, ma poiché il costo della vita era molto alto, siamo rientrati in Somalia, dove mia madre ed io abbiamo aperto un ristorante. Purtroppo, ben presto arrivarono i terroristi di Al Shabab e ci hanno minacciato di ucciderci se non avessimo pagato un pizzo. Mia madre, temendo per la sua vita, è fuggita a Mogadiscio e, in seguito a questa fuga, i terroristi hanno ucciso mio padre e un mio fratello.
Nel 2011 mi sono sposato, mia moglie purtroppo è morta nel 2013 per le complicazioni del parto: la bambina è sopravvissuta ed oggi vive in Inghilterra con mia sorella. La famiglia di mia moglie mi ha dato in sposa la sorella, come è d’uso nel nostro paese; con lei ho costituito una nuova famiglia.
Europa. Successivamente, mia madre ha deciso che io, mio nipote, mia sorella e il fratello di mio padre dovevamo partire per l’Europa. Così a giugno 2016 siamo arrivati in Libia attraverso il Sudan: eravamo accompagnati da trafficanti che ci consegnavano gli uni nelle mani degli altri.
In Libia siamo rimasti per due mesi, ci hanno poi trasferiti a Tripoli in un camion e subito siamo partiti per l’Italia con un’imbarcazione fatiscente. Dopo solo due ore ci ha salvato la guardia costiera italiana. Siamo arrivati il 4 ottobre 2016.
A Pesaro sono stato accolto dalla Cooperativa Labirinto e ho iniziato a lavorare: mandavo a mia moglie quello che guadagnavo per i bisogni familiari: mio figlio ha 3 anni ed è nato quando io ero in Libia, l’ho visto per la prima volta a novembre 2018. Il periodo più brutto per me è stato l’inverno 2017 perché, uscito dall’accoglienza SPRAR, sono rimasto senza dimora da ottobre a dicembre. Ma non ho ceduto: infatti ho fatto un corso di aiuto cuoco e un tirocinio. Ora sto lavorando come aiuto cuoco e vivo in un appartamento gestito dalla Caritas di Pesaro.
Riflessioni. Vorrei concludere con due riflessioni. Io dovrei essere un migrante “fortunato” perché ho potuto affrontare un viaggio “privilegiato”, eppure quanta sofferenza e dolore ho incontrato nella mia vita! Inoltre, solo dopo aver superato il viaggio, ho cominciato a riguardare il mio percorso e ho sentito il carico di tutto quello che avevo vissuto e stavo vivendo. In Caritas trovo ogni giorno persone che mi hanno sostenuto e accompagnato, grazie a loro oggi sono qui.
ELISA CECCARELLI