L’annuale ricorrenza della festività di San Terenzio, patrono della città e dell’Arcidiocesi, induce la chiesa locale, tramite il suo pastore, ad una riflessione che la coinvolge quotidianamente nel rapporto tra fede vissuta e contesto culturale e sociale.
La felice coincidenza della celebrazione della festività di San Terenzio con l’inizio dell’anno pastorale dedicato alla corresponsabilità del laicato, concentra la nostra riflessione sulla vocazione e missione dei laici nella chiesa e nella nostra società di Pesaro.
A questo riguardo mi è caro sottolineare come da sempre la chiesa di Pesaro, con il suo laicato più impegnato, ha contribuito a formare in modo decisivo la cultura del nostro territorio e la sua configurazione sociale. Oggi avvertiamo la necessità di un rinnovato impegno in questa direzione.
Del resto rimaniamo sempre molto colpiti dalle parole di Gesù ai suoi apostoli: “voi siete il sale della terra, ma se il sale perdesse il suo sapore ….a null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra il monte né si accende una lampada per metterla sotto il moggio ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti coloro che sono nella casa” (Mt 5, 13-15).
Tale invito non può lasciarci indifferenti, ma ci spinge a cogliere quelle sfide che maggiormente ci provocano come chiesa ed in particolare modo, all’interno di essa, come laici battezzati impegnati a vivere la propria fede nella società.
Ma quali sono queste sfide che maggiormente attendono i credenti della chiesa di Pesaro, nell’attuale contesto socio-culturale?
Partendo dalla mia esperienza di pastore e dalla mia quotidiana frequenza tra la gente, a me pare che esse siano tre: l’identità, la presenza, la formazione.
L’identità
La presenza cristiana nel mondo deve confrontarsi con la proposta di modelli di vita che molte volte seminano smarrimento e confusione. La cultura del “relativismo” sfrenato e del “pensiero debole”, genera personalità fragili, frammentate, incoerenti. Il dogma del “politicamente corretto” è diventato un imperativo assoluto. Un pericoloso processo di “omologazione culturale e comportamentale” è sotto gli occhi di tutti. Nell’odierna società pluralista ogni espressione esplicita della propria identità cristiana rischia di essere etichettata come fondamentalismo o integrismo. Per queste ed altre ragioni ancora, la fede diventa sempre più un fatto rigorosamente confinato nella sfera del privato.
Allora, come credenti dove orientarci? Occorre primariamente rafforzare l’identità cristiana. Occorre riscoprire la fede nella sua essenzialità e conseguenzialità. Papa Francesco ci ha ricordato che la fede è un’esperienza che “nasce nell’incontro con il Dio vivente che ci chiama e ci svela il suo amore, un amore che ci precede e su cui possiamo poggiare per essere saldi e costruire la vita. Trasformati da questo amore riceviamo occhi nuovi […] La fede appare come luce per la strada, luce che orienta il nostro cammino nel tempo” (Lumen Fidei, n. 4).
Per i cristiani è giunto il tempo di riscoprire il valore e la bellezza di una vocazione e di una missione vissute fino in fondo, a partire dall’incontro con il Signore Gesù. Ed è giunto il tempo di riscoprire l’identità della fede nel Signore.
Anche a Pesaro abbiamo bisogno di credenti che vivano la propria fede in forma cosciente, convinta ed appassionata.
La presenza
Si tratta dell’audacia di una presenza visibile e incisiva nella società postmoderna, il coraggio cioè di essere veramente “sale” e “luce” del mondo. Anche nei Paesi di antica tradizione cristiana, i cattolici possono diventare una minoranza che vive spesso dispersa. Ma il problema non sta qui. Il vero problema non è essere minoritari o maggioritari, ma essere diventati molte volte volutamente marginali e irrilevanti. Il sale nei cibi è minoritario, ma dà sapore. Il lievito nella pasta è minoritario, ma la fa lievitare.
Per mancanza di coraggio, per essere lasciati in pace, per una diffusa mediocrità, i cristiani non poche volte sono assenti dal mondo e rischiano di diventare irrilevanti. Un sale che non dà più sapore, un lievito che non fermenta, una lucerna quasi spenta.
Ai nostri giorni pare che tale irrilevanza abbia addirittura assunto carattere di condizione “sine qua non” per la presenza dei cattolici nella vita pubblica, nella politica, nella cultura, nell’economia ed in altri ambiti ancora.
Certo la fede non cerca il conflitto, ma cerca quello spazio di libertà per potersi esprimere a 360 gradi. Spesso constatiamo da parte dei cattolici una assenza alquanto evidente. E verifichiamo che, a tale riguardo, si invoca pure un equivoco principio di laicità. Ma la vera laicità, come più volte ci ha ricordato Benedetto XVI parlando di una “laicità aperta”, è quella che è in grado di dare spazio anche all’esperienza religiosa. Sta soprattutto a noi credenti impegnarci in questa direzione per esprimere la nostra presenza nella sfera pubblica.
La fede non è una faccenda privata. I discepoli di Cristo sono chiamati a prendersi cura dell’uomo, della sua dignità, della sua verità integrale, oggi sempre più spesso messa in discussione. A più riprese negli ultimi tempi, sia Papa Benedetto che Papa Francesco sono tornati a incoraggiare i cattolici a partecipare attivamente alla vita pubblica, apportandovi la loro competenza, la loro onestà morale e lo slancio profetico che viene dal Vangelo.
Anche a Pesaro abbiamo bisogno di laici che vivano la propria fede in maniera connotata attraverso la partecipazione attiva alla vita pubblica, che riscoprano la dottrina sociale della Chiesa, che si lascino ispirare dai suoi principi e ne impregnino le realtà temporali attraverso la testimonianza ma anche attraverso scelte concrete.
La formazione
È questo un punto cruciale per tutto il laicato. Del resto è nella formazione che si plasma l’identità del cristiano e si decide la qualità della sua presenza nella società. La Chiesa ha dedicato da sempre attenzione alla formazione dei laici ribadendone l’assoluta priorità. L’obiettivo fondamentale di tale formazione è “la scoperta sempre più chiara della propria vocazione e la disponibilità sempre più grande a viverla nel compimento della propria missione …. I fedeli laici devono essere formati a quell’unità di cui è segnato il loro stesso essere di membri della Chiesa e di cittadini della società umana” (Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Christifideles laici, n. 58 – 59).
Oggi il processo della formazione cristiana deve purtroppo fare i conti con l’intralcio di una crisi generalizzata dell’educazione. I Vescovi italiani più volte hanno affrontato la questione educativa generata dalla postmodernità. Hanno parlato della crescente difficoltà che s’incontra nel trasmettere alle nuove generazioni l’esperienza della fede. La carenza di ambienti formativi veri e di autentiche figure di educatori testimoni, si riscontra oggi un po’ dappertutto. Tocca le famiglie, la scuola, le nostre stesse parrocchie. Per questo, come affermano i Vescovi, ai nostri giorni l’impegno della Chiesa per educare alla fede del Signore Gesù si pone come indilazionabile.
La secolarizzazione diffusa, la “strana dimenticanza di Dio” (Benedetto XVI) che permea l’umanità del nostro tempo, l’inquietante “apostasia silenziosa” di molti battezzati (Giovanni Paolo II), un certo “ateismo anonimo”, fanno della formazione dei laici un compito di estrema urgenza. Oggi la fede non si può più dare per scontata, neppure all’interno delle nostre comunità cristiane. E anche in Chiese di antica tradizione si avverte la necessità di una rievangelizzazione che consenta di passare dalla convenzione alla convinzione nel campo della fede.
In questa nuova epoca che si presenta carica di contraddizioni, ma che possiede anche l’affascinante carattere di una nuova avventura, la chiesa pesarese, attraverso un laicato formato, maturo ed impegnato, intende dare il suo apporto costruttivo e decisivo per realizzare quel “nuovo umanesimo” di cui tutti avvertiamo forte necessità.
La Vergine Santissima Madre della Chiesa e San Terenzio Vescovo e Martire ci accompagnino in questo cammino.
Con la mia paterna benedizione.
+ Piero Coccia Arcivescovo